Una notte d'estate, un cielo pieno di stelle e un'idea che sembrava impossibile.
Prof. Corrado Campisi – IIS "Ciampini-Boccardo" di Novi Ligure
In una notte d'estate in Sicilia, stavo osservando il cielo insieme a mio padre, ex elicotterista della Marina Militare. Parlavamo di volo, di stelle, di quanto il cielo riesca ancora a farci sentire piccoli e curiosi.
A un certo punto è nata una domanda. "E se quello stesso cielo potesse diventare un luogo d'incontro per studenti che vivono in Paesi lontanissimi?"
Non immaginavo che quella semplice conversazione sarebbe diventata, mesi dopo, un progetto internazionale capace di unire una scuola italiana, una scuola scozzese e le studentesse afghane di Learn Afghan. Così è iniziato Generation STEM – Touching the Sky.
Quando la scienza diventa un linguaggio universale
L'idea iniziale non era costruire un pallone stratosferico. L'obiettivo era molto più ambizioso. Volevo che i miei studenti scoprissero che la scienza non è una raccolta di formule da imparare, ma un linguaggio capace di mettere in comunicazione persone, culture e storie diverse. Per questo motivo il progetto è cresciuto lentamente, un passo alla volta.
Attraverso il dialogo con Education Cannot Wait, il fondo globale delle Nazioni Unite dedicato all'istruzione nelle emergenze, è nata la collaborazione con Learn Afghan, realtà che continua a garantire opportunità educative alle ragazze afghane, oggi escluse dalla scuola nel loro Paese. Quasi nello stesso periodo si è unita al progetto anche la Wallace High School di Stirling, in Scozia. Tre scuole. Tre culture. Tre modi diversi di vivere. Ma un unico cielo.
Lo spazio entra in classe
Prima ancora del lancio, in accordo con l'Osservatorio Astronomico della Regione Autonoma della Valle D'Aosta , Thales Alenia Space, Planetek Italia e ASI, abbiamo realizzato un percorso didattico che preparasse gli studenti al lancio, avvenuto il 26 maggio. L'Osservatorio Astronomico della Valle d'Aosta ha insegnato loro a guardare il cielo con occhi diversi. L'Agenzia Spaziale Italiana ha raccontato come nascono le missioni spaziali. Planetek Italia ha mostrato come leggere la Terra attraverso i dati satellitari. Thales Alenia Space ha aperto una finestra sulla robotica e sull'esplorazione del futuro.
Ogni incontro aggiungeva un tassello, che si può rivedere nel canale YouTube del progetto didattico:
Generation STEM: Discovering Our Planet
Poco alla volta gli studenti hanno smesso di considerare lo spazio come qualcosa di lontano. È diventato parte della loro quotidianità.
Costruire una missione vera
Nei laboratori dell'IIS "Ciampini-Boccardo" la teoria ha lasciato spazio all'esperienza. I ragazzi hanno progettato, programmato e testato la strumentazione destinata che sarebbe stata utilizzata per la missione. Anche se il pallone sarebbe stato lanciato, grazie a Involve space. Hanno imparato a programmare con Arduino, Esp32 interfacciandolo con Gps e sensistica e soprattutto hanno imparato che un sensore non restituisce sempre il valore che ci aspettiamo. Che un errore non è un fallimento. Che nella ricerca scientifica ogni misura inattesa rappresenta una domanda nuova. Quando il pallone sarebbe decollato, non avrebbe trasportato soltanto elettronica. Avrebbe portato con sé mesi di lavoro, di dubbi, di verifiche e di entusiasmo.
Un archivio umano
C'è però un particolare che rende Touching the Sky diverso da qualunque altra missione scolastica. Nel payload non sono saliti soltanto strumenti scientifici. Sono saliti anche centinaia di messaggi. Disegni. Poesie. Lettere. Fumetti. Riflessioni. Le studentesse di Learn Afghan hanno affidato al cielo i loro lavori artistici e le loro speranze. Gli studenti della Scozia hanno raccontato il loro modo di guardare il futuro. Alcune scuole medie del territorio novese e una scuola media di Napoli, l'I.C "Oriani Guarino" della prof.ssa Ida Lapegna, hanno riempito quella piccola capsula di immaginazione, domande e desideri. Per qualche ora, sopra le nuvole, tutte quelle voci hanno davvero condiviso lo stesso obiettivo far toccare il cielo ai lavori dei propri disegni. C'è chi ha dedicato una lettera alla propria nonna scomparsa, chi disegni ai propri cari. Ovviamente nel rispetto della privacy, il tutto veniva compilato e inserito in un form e poi drive con tutti i lavori e ai partecipanti in automatico veniva rilasciato un attestato e un boarding pass per la missione.
Il giorno del lancio
Una scuola che costruisce ponti
Durante questo percorso ho capito che una scuola può fare molto più che trasmettere conoscenze. Può costruire relazioni. Può creare opportunità. Può ricordare ai ragazzi che la scienza non appartiene soltanto ai laboratori o alle grandi agenzie spaziali. Appartiene a chiunque abbia il coraggio di porsi una domanda. Ed è proprio questo il significato più profondo di Touching the Sky. Non raggiungere la stratosfera. Ma dimostrare che la conoscenza può superare ogni confine.
Il viaggio continua
Se il 26 maggio 2026 ha rappresentato il momento più visibile di Touching the Sky, il lancio non è stato un punto di arrivo, ma la prima tappa di un percorso educativo più lungo.
L’obiettivo di Generation STEM non è organizzare un singolo evento, bensì costruire nel tempo un laboratorio permanente nel quale gli studenti possano sviluppare competenze autentiche nell’elettronica, nella sensoristica, nella programmazione, nell’analisi dei dati, nelle telecomunicazioni e nelle tecnologie spaziali.
La prima missione ha permesso di affrontare la preparazione di un volo stratosferico, l’integrazione del payload, la raccolta dei parametri ambientali, la geolocalizzazione e l’analisi dei dati dopo il recupero della sonda. In questa fase non sono state utilizzate stazioni radioamatoriali né sistemi di comunicazione radio tra il pallone e la scuola.
Ed è proprio da questo limite, consapevolmente accettato nella prima esperienza, che può nascere il capitolo successivo.
La nuova fase di Touching the Sky potrebbe infatti introdurre lo studio delle radiocomunicazioni, trasformando il prossimo volo in un’esperienza ancora più completa. Gli studenti potrebbero lavorare alla realizzazione di una stazione di terra, allo studio delle antenne, alla ricezione della telemetria e alla trasmissione dei dati raccolti in quota, approfondendo al tempo stesso protocolli, propagazione dei segnali, coordinamento delle frequenze e procedure necessarie per operare nel rispetto della normativa.
In questo percorso, il contributo della comunità radioamatoriale potrebbe diventare decisivo.
I radioamatori possiedono un patrimonio di competenze tecniche e operative che difficilmente può essere riprodotto soltanto attraverso i libri: progettazione e taratura delle antenne, ascolto dei segnali deboli, tracciamento dei palloni, ricezione della telemetria, gestione delle stazioni di terra e comprensione dei fenomeni di propagazione. Portare questa esperienza all’interno della scuola significherebbe offrire agli studenti un contatto diretto con persone capaci di trasformare conoscenze teoriche in pratica quotidiana.
La collaborazione potrebbe inoltre estendersi oltre il laboratorio scolastico. Una rete di stazioni di ascolto, distribuite sul territorio, potrebbe seguire il volo della sonda, riceverne i segnali e contribuire alla ricostruzione della traiettoria. Gli studenti vedrebbero così l’intera catena di comunicazione: il sensore che produce il dato, il sistema di bordo che lo codifica, la radio che lo trasmette, l’antenna che lo riceve e il software che lo rende nuovamente leggibile.
La radio diventerebbe quindi non soltanto una tecnologia da studiare, ma un vero strumento di cooperazione. Associazioni, sezioni locali e singoli appassionati potrebbero mettere a disposizione esperienza, suggerimenti, attrezzature e tempo, creando un ponte tra scuola, territorio e cultura tecnica.
La direzione del progetto si ispira anche ai suggerimenti di Paolo Bellutta, ingegnere italiano che per molti anni ha lavorato alla guida dei rover marziani presso il Jet Propulsion Laboratory della NASA. Il suo consiglio è stato quello di non inseguire immediatamente il sogno di un satellite, ma di costruire prima le competenze necessarie attraverso sistemi funzionali progressivi: una stazione di terra, un sistema di telemetria, un FlatSat da laboratorio, un satellite simulato e un nuovo pallone stratosferico capace di sperimentare funzioni sempre più evolute.
L’obiettivo, dunque, non è realizzare un CubeSat a tutti i costi. È costruire competenze, metodo e collaborazione. Se un giorno questo cammino porterà anche a una missione satellitare educativa, essa sarà la naturale conseguenza di un percorso iniziato tra i banchi e cresciuto grazie all’incontro tra studenti, ricercatori, tecnici e radioamatori.
La prossima missione è ancora da progettare. Proprio per questo rappresenta un invito aperto alla comunità radioamatoriale: contribuire a fare in modo che il prossimo pallone non venga seguito soltanto con gli occhi, ma anche attraverso i segnali ricevuti da terra.
Perché le grandi missioni non iniziano con un lancio. Iniziano quando persone con competenze diverse decidono di costruire qualcosa insieme.
A mio padre.
Quella sera, in Sicilia, probabilmente non immaginava che una semplice conversazione sul cielo avrebbe dato origine a tutto questo. Oggi, ogni volta che riguardo le immagini della Terra riprese dalla stratosfera, penso che quel progetto sia nato proprio lì: da un dialogo tra padre e figlio e dalla convinzione che, a volte, i sogni più grandi cominciano con una domanda semplice.



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